Alessandria si è chiusa su se stessa. Bisogna aprirla agli altri. L’impulso al cambiamento culturale ed al riconoscimento che il Comune può dare è determinante. Riconoscere i diritti, le diversità, le soggettività, è fondamentale per la vita degli individui; ma lo è anche per l’economia.
Una persona che si sente accettata, riconosciuta dall’intera comunità è come un bambino che si sente accettato ed amato dai genitori: la mattina si alza col sorriso, ha voglia di amare, di stare con gli altri, di andare a scuola e di studiare.
Per le persone è lo stesso: se ci sentiamo riconosciuti e amati, non negati e vilipesi, ci alziamo la mattina ed abbiamo più voglia di lavorare, di pensare, di fare scambi con gli altri, di creare, di produrre. Una città aperta non è solo più giusta, ma più ricca. Due esempi di quello che farò se gli alessandrini mi daranno fiducia.
Famiglia anagrafica basata su vincoli affettivi. Sull’esempio dei Comuni di Padova e Bologna, punto di riferimento per quanto si sta pensando anche nella Milano di Pisapia e nell’ottica del superamento dei “registri delle unioni civili” che rischiano di essere solo simbolici e privi di effetti pratici, oltre che opponibili in sede di giurisdizione amministrativa. La famiglia anagrafica basata su vincoli affettivi viene riconosciuta dal Comune sulla base di leggi già esistenti ed estende anche ad
essa i benefici previsti per le famiglie basate sul matrimonio. Ci torneremo con un approfondimento ed un’iniziativa informativa ad hoc.
Centro Multiculturale. Ad Alessandria vivono da molti anni intere comunità di origine straniera: marocchina, rumena, albanese, cinese, dominicana…sono rappresentati moltissimi paesi dell’Africa, dell’Europa, del Sudamerica e dell’Asia. Da tempo chiedono la possibilità di realizzare centri di cultura. Ora stanno perdendo anche l’ICS.
Il nostro progetto riguarda la nascita di un centro multiculturale, in gran parte autogestito. È l’occasione di attuare il pieno riconoscimento ai nuovi italiani ed ai nuovi alessandrini ed ai loro figli, di prendere atto della loro piena cittadinanza, di accoglierli definitivamente nella città, dando loro volto pieno e definitivo come alessandrini. È anche l’occasione per realizzare quello di cui spesso solo parliamo: una convivenza completa, fatta di reciproco arricchimento. Esperienza che i nostri figli più piccoli vivono già: a scuola cominciamo a vedere il concetto di ‘un po’ diverso’, come un biondo rispetto ad un castano, al posto di quello di ‘straniero’. Un sogno, avere un luogo dove si impara a scrivere, a parlare, a cucinare, a pregare in tutte le lingue del mondo. Un’applicazione pratica del principio che vogliamo adottare rispetto al tema dell’immigrazione: il principio dell’accoglienza ordinata.

